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Il desiderio si materializza all’insaputa. Vinicio dorme male il pomeriggio, il suo corpo è in tensione perenne, come se non avesse possibilità di rilascio, non ha i sensi distesi, tanti piccoli pugnali contratti che lavorano sempre in eterno, smettono quando vogliono, hanno una propria vita. È in costante ricerca d’amore. Una sensazione pneumatica che gli scuote costantemente le interiora, uscendo solamente sotto forma di dolere, delusioni e rifiuti. 

Quelle persone girano intorno in una vecchia abbazia, un giro con due scale. Due ragazzine si fermano sovrapposte. Quella sopra ha un perizoma leopardato, dice che è un bel ragazzo. Scappano, Vinicio le rincorre, vanno veloce, hanno un triciclo, ma non riesce a vederlo. Si affanna, ma non le raggiunge, svaniscono tra la gente che sembra felice. Nel contratto questo non c’era scritto, l’angoscia non era prevista, lo contesta, ma la legge non ha pietà della purezza.

È stato cresciuto educatamente, per questo gli è stata donata una bicicletta. Ha un completino aderente con lo sponsor bianco e rosso, si sente un ciclista, gli manca la strada, ma la percorre, cercando di andare diretto. Arriva a Chiesina Uzzanese con grande stupore, si sento vicino a casa, anche se è disabitato. Tutti quelli della sua generazione hanno avuto in dono una bicicletta senza strada. È cresciuto in anni d’eccellenze, influenzato dalle forme estetiche e dalla bellezza. Gli appassionati di bellezza prendono sempre l’ascensore, ma non sanno mai quale piano scegliere, ALT. La bellezza sta negli attimi, il resto è banalità. Non si integra. Ogni giorno cerca questi attimi, ma non ce ne sono mai abbastanza, si dispera, cerca altri luoghi, spera che ci siano, l’incertezza di trovare farfalle che escono dai bozzoli, invece dei soliti fondi di bottiglia. È molto dimagrito, il manto è lo stesso, ma teme sempre che ci sia qualcosa in agguato, desidera tornare quel bambino per ricominciare da capo, cerca di dormire fetale, ma non è il modo giusto perché ha i dolori alle spalle. Le utilizza molto le spalle, cerca sempre di chiudercisi dentro. Cerca sempre di capire, di andare oltre, cerca sempre di farsi un selfie con i pugili famosi.

Gli stanno cantando “come una scimmia, sei solo come una scimmia”, lui torna indietro furioso, ma non torna indietro furioso. Il selfie non gli viene, non riesce a tenere in mano il cellulare, gli scivola e non c’è niente dentro, solo immagini confuse. Il dito va per conto suo, la parte del cervello che dovrebbe controllare i suoi movimenti gli parla con fatica. Non li fa mai i selfie, li odia, odia tutta la gente che se li fa riempiendo il mondo di labbri a sfintere. Non trova più la bicicletta, gliel’hanno rubata, forse dovrà rimanere in eterno dov’è adesso, a Chiesina Uzzanese. 

Mi sono svegliato alle dieci, pieno di dolori. Il servizio da cameriere della sera precedente è stato pesante, non come il desiderio che tutte le persone del mondo sparissero in un istante. Guccio dorme, è il mio gatto, gli voglio molto bene. Scendo incerto le scale e vado in bagno a lavarmi il viso e i denti con lo spazzolino elettrico, forzo molto nel profondo, è lì che si nascondono i batteri. Prendo un Nimesulide DOC generico a stomaco vuoto, come tutti i giorni da tre mesi, ed esco di casa. Il sole brucia, si sta meglio, ma brucia. Vago in diagonale verso il Vecchio Bar Bini, entro e prendo la solita ciambella glassata. C’è Margherita. Mi fa una carezza, cerco di vederla, ma non la vedo, lei se ne accorge. Mi vuole pagare la colazione, ma non voglio, voglio pagarla io. Emilio e Lorenzo si attardano a chiacchierare con una ragazza molto carina, che mi piace, ha un vestito nero lungo, smanicato, una Panda bianca e uno sguardo molto dolce, mi guarda anche lei, ma per caso. M’innervosisco perché voglio pagare velocemente, ma sbaglio. Margherita mi sta aspettando sulla soglia, come sempre del resto. Esco dal bar e il sole brucia, si sta meglio, ma brucia. Mi siedo sul muretto, sotto il solito albero, a fumare una sigaretta. Margherita deve andare ad aprire la libreria, io rimango lì ad aspettare che accada qualcosa. Mi ha parlato di una scuola e dello scrittore che la gestisce. Mi ha detto che fanno scrittura creativa, che ti può dire “apri il frigorifero, c’è solo un pomodoro rosso. Scrivici un racconto”. Realizzo il fastidio che mi pervade quando sento quella parola o sento qualcuno che si definisce creativo. Penso che un pomodoro rosso in un frigo vuoto sia uno spunto, penso che quando tornerò a casa ci scriverò un racconto, ma capisco subito che non lo farò.

Vicino a me c’è una porta bianca, buttata lì da qualcuno che pensa che il mondo sia una pattumiera. Non si potrà mai più aprire, mi dispiace. La vorrei prendere per restaurarla e farci una scrivania, ma è troppo pesante e troppo rovinata, non so come fare, mi sento solo e rinuncio.

Camminando cerco l’ombra. Non so che fare, penso che oggi, due agosto 2019, sarebbe un buon giorno per morire, poi mi ricordo che è l’anniversario del matrimonio di Sabrina e Uba e mi dispiacerebbe far coincidere le due cose.

Decido di mangiare, di farlo al bar Cirisiamo che ha anche una parte ristorante che si chiama Rieccoci. Ci vanno molti empolesi “bene”. Una schiacciata col tonno, maionese e pomodoro attira la mia attenzione, me la serve il barista brasiliano, molto gentile. Da bere prendo una bottiglia di acqua naturale da mezzo litro, chiedo anche un bicchiere di vetro e un tovagliolo in più, perché la maionese mi unge la barba. Fuori i tavolini sono quasi tutti liberi, c’è soltanto un signore di mezza età seduto sotto il gazebo, ma è una compagnia troppo ingombrante. Mi siedo al tavolino che istintivamente mi sembra più confortevole, di quelli alti che adoro. La schiacciata è piena di tonno, esce dai lati e mi casca sul tovagliolo, lo tolgo subito per paura che, sporco, sia poi inutilizzabile. Mangiai una schiacciata simile tempo fà ad un bar su viale Talenti a Firenze, anche in quella c’era il tonno. Ebbi una intossicazione da istamina, detta anche “sindrome sgombroica” e subito ho il terrore che mi succeda di nuovo. Prima del primo morso arriva Rossana e il suo sorriso. Parliamo del più e del meno, mi dice che andrà a Marsa Alam e che ha fissato il pranzo con Liù, che arriva qualche minuto dopo. Mi chiede come sto e le dico che sono molto stanco per il lavoro da cameriere, mi chiede se mi frustano, le rispondo: magari. La schiacciata era molto buona, so che avrò qualche problema a digerire il lievito, ma anche che sarà una cosa passeggera. Vado a pagare con la carta, quattro euro, è una cifra giusta per un pranzo. Appena esco faccio l’accesso alla home banking e vedo che dei sessantasette euro che possedevo il totale è sceso a sessantatré. Cammino cercando sempre l’ombra e capisco che lo faccio da tutta la vita.

Vado al bar Centrale a prendere il caffè e comprare le sigarette. Con un pacchetto di Chesterfield Blu sono sei euro, mi piace molto quando il totale torna preciso e pago in contanti. Dico alla ragazza più bassa che lo vorrei un pò più basso, mi chiede se va bene, le dico che è perfetto, ne è felice. Sempre in ombra prendo via Ridolfi e poi via del Giglio, c’è poca gente. Noto solamente una signora russa che da sola cerca faticosamente di masticare una pizza a taglio di Tal Dei Tali.

Curvo in Canto degli Zolfanelli. A metà c’è un negozio che vende cibo etnico. Sulla soglia sono seduti due ragazzi di colore con davanti una bicicletta nera marca Bianchi. Lo trovo divertente e un tempo avrei pensato che sarebbe stata una buona fotografia, non adesso però, sono più sofisticato. La banalità è attraente, come tutto ciò che ci distrugge. 

In via Leonardo da Vinci incrocio di nuovo una ragazza che ha fatto il giro inverso, sta mangiando un gelato, ha il cono tutto dentro la bocca, come se fosse un pene. Con le mani è impegnata a cercare qualcosa dentro la borsa che non troverà mai. Cammina, come tante, con lo sguardo basso. Allora penso che oggi, due agosto 2019, sarebbe un buon giorno per morire, poi mi ricordo di nuovo che è l’anniversario del matrimonio di Sabrina e Uba e che mi dispiacerebbe far coincidere le due cose.  

Si chiama Massimo, i suoi amici lo chiamano Massi, ma noi lo chiameremo Massimo. Massimo ogni giorno è minimo. Ogni giorno indossa una camicia, un maglioncino di un colore anonimo, dei pantaloni beige e le scarpe Hogan. Massimo ci accoglie finto, ma gentile, sono con mia mamma e questo già mi crea un disagio. Gli diciamo che vogliamo acquistare un’automobile, ci dice che siamo nel posto giusto, ma non sarà così. Massimo è grasso più di quanto possa sembrare, soprattutto intorno alla vita, ha le gambe a X. Ci dice che il suo gruppo ha tre marchi, che fanno tre macchine di quella categoria, uguali, ma che costano diverso e che sono vendute in luoghi diversi. Ci fa vedere quella che ci interessa, si avvicina, apre lo sportello e chiude lo sportello esclamando “avete visto questo sportello, come si chiude”. Sorrido compiaciuto per dimostrargli che il fatto che lo sportello si chiuda mi rassicura. Ci dimostra anche che dietro ci si può stare a sedere, anche questo mi rassicura. Ci dice che è un valore aggiunto, perché lui è uno e ottanta, ma non è vero. Inizio a percepire l’ingenuità di mia mamma, quella che un pò mi ha rovinato la vita, e sento che inizia ad essere affascinata da Massimo, quindi mi distraggo, mi siedo sul sedile del guidatore e li lascio parlare. Ci propone una prova, non con la macchina che vorremo comprare, ma con una delle altre due delle altre due marche, “hanno la stessa scocca” mi dice. Guida mia mamma. È impacciata, intimorita, così penso a tutte le volte che lo è stata nella vita, a tutte le volte che si è sentita fuori luogo, tutte le volte che ha provato quel desiderio che spesso non riconosciamo, come la voglia di sparire. La presenza del venditore di automobili sul sedile posteriore sembra svanire col passare del tempo. Lo sento essere sempre meno sostanza, fino a quando improvvisamente esclama “sentito che sterzo signora!!” Torniamo in filiale, ci sediamo alla scrivania, si toglie l’orologio ed inizia a parlare del nulla. Mentre lo fa guarda mia mamma, che mi sembra diventare più piccola, fino a sembrare bambina, è seduta e non tocca in terra con i piedi. Massimo continua a parlare del nulla, mi sembra deforme, agita le mani in maniera confusa come se stesse affogando. Alza un braccio e vedo che ha un buco nella maglia sotto l’ascella. Provo uno strano senso di compassione. Parla ancora del nulla, sono trenta minuti che parla del nulla. Gli chiedo quanto costa la macchina perché noi vorremo valutare l’acquisto ed è importante sapere quanto costa. Agita dei fogli, tre mi pare. Li muove come quei truffatori da marciapiede che ti vogliono far credere che troverai la pallina bianca sotto la campana. Riprovo a fargli capire che noi eravamo lì perché avevamo intenzione di comprare un’automobile, ma non ci riesco. Non ci riesco perché lui non vuole venderci un’automobile, ci vuole vendere la vita che sta vivendo, le falsità che dice e ascolta ogni giorno, il tentativo di convincerci che quello che sta dicendo è reale. Improvvisamente da sotto il foglio più sommerso, ci fa intravedere la pallina, era bianca. La macchina in esposizione era rossa, quella che abbiamo provato era verde acido. Quello che ho provato è la routine della sua vergogna, il disagio nel ricordo di sua moglie da giovane, la stanchezza dei rifiuti, le umiliazioni del padre e quelle che riceverà da suo figlio, quando anche lui, adulto, avrà come me la certezza, che quella pallina non sarà mai di altro colore. 

L’aratro tagliava come un rasoio la pancia,
l’odio materno e le vere illusioni.
Il mulo calpesta la sua faccia carina
con gli occhi cinesi ed i ciuffi damasco.
Ritorna il ricordo d’infanzia del nulla
bagnata da fiumi di rossa speranza.
Una nave nel largo diventa più grande
entra nel porto con aiuti insperati.
L’uomo più grosso muoveva il bacino,
l’orecchio staccato e le smorfie del vuoto.
Era sempre più bella come nonna materna.
Le viene un sorriso, lo accoglie piangendo.

Non sei in grado di guidare un furgone! Con quello sguardo canuto, con la rabbia della tensione, con la smania paterna di soldi e potere.

Quella volta Vinicio sapeva bene dove fosse. Era in piazza Guido Gerla, alla confluenza con via Dogana, via Marzi e via Ribolda. L’immagine dell’intersezione era chiara. In via Ribolda c’era uno spazio indefinito. I rivestimenti erano marroni, in un materiale ferreo, con dei ripiani vuoti. Confinava con una stanza buia delimitata da un portale chiuso soltanto da un telo di plastica trasparente. Ma ebbe paura ad entrarci. La percepiva come il suo lato oscuro, quello che di se non voleva vedere. Non ricordava cosa ci facesse la dentro. 

Ricorda solo di essere andato oltre. Lì un tempo c’era una palestra, adesso un negozio strano, non si capiva bene cosa vendesse. Era esattamente come prima, con la stanza sulla sinistra delimitata da una sbarra di ferro per la danza, e il pavimento in parquet. Era vissuta da personaggi strani che giravano in tondo, apparentemente senza un motivo. Improvvisamente uno di loro uscì dal cerchio, era nudo, e bloccò Vinicio a una colonna a base circolare. Aveva un membro enorme che, rigido, oscillava da destra verso sinistra. Vinicio se lo sentiva sbattere sulle gambe, come se ce lo avesse in bocca. La sensazione di violenza era sempre la stessa, quella provata tante altre volte, ma come tutte le altre volte riusci a divincolarsi, e a fuggire giù per le scale.

C’erano delle stanze con le pareti a vetro, dietro le persone giocavano, ma il gioco non riusciva a capirlo. Una donna improvvisamente gli si parò davanti, aveva i pantaloni neri aderenti, lucidi. Il seno era nudo solcato da una cicatrice fresca che le tagliava in orizzontale il petto, dove aveva tatuato un pesce verde, stilizzato. Non le disse nulla, lo guardò soltanto. Nel bagno adiacente gli sembrò di pisciare sangue, ma avvicinato lo sguardo si accorse che sulla cappella c’erano tre buchi e il sangue usciva solo da quello centrale. Si tranquillizzò. 

Chiara è stata il suo unico grande amore. Si perdeva nei suoi occhi celesti contornati da quegli occhiali che sembravano non avere forma. Quando era con lei nessun essere umano esisteva, esisteva solo lei, con il suo seno gonfio, perfetto, la sua pelle chiara e i suoi nei perfette costellazioni. Ricorda dei mesi bellissimi, dove non riuscì mai a farci l’amore. Molte volte ci provò, ma sempre fallì. Nel momento esatto in cui provava a penetrarla il suo pene si accartocciava su se stesso, come Pinocchio unito dai fili, quando da piccolo pigiava il pulsante sotto il piedistallo. Era lo stesso anche il senso di morte. I loro corpi erano bellissimi, spesso si specchiavano nudi nell’armadio, ma non c’era consapevolezza della carne, della forma. Il ricordo è vago, lei era ricca e religiosa. Aveva abbandonato il piano Jazz, per non drogarsi diceva. Il vizio atroce della felicità è il risveglio della consapevolezza e del passaggio, e di esserlo, di passaggio. L’unica condanna è il ricordo assente della forma dei suoi piedi. La rivide molto tempo dopo, era sempre splendida, girovagava in una casa anch’essa indefinita, lui provava a rincorrerla, a baciarla, ma non ci riusciva, fin quando sentì un dolore forte al petto, sempre lo stesso, che immobile, lo costrinse a guardarla fuggire, con le mani a divaricar le natiche. A far veder uscire se stessa.  

Avevo un appuntamento con la ragazza OpenJob, ma non mi aspettava. Gonfiabile e affannosa, al telefono inseguiva chissà cosa, forse niente. Mi sembrava inanimata. Un’altra defilata coi capelli rasati mi guardava, anzi non mi guardava, guardava il monitor del computer. Indossava stivali alti, grigi, lucidi. La immaginavo mentre usava uno di quei falli di plastica con la palla in cima che vibra. 

Non riuscivo ad incrociare sguardi, ci provavo, magari un sorriso, un cenno, ma le ragazze OpenJob non davano segni di vita. Soffocate dalle speranze delle persone, dai sogni infranti di chi pretende solamente la vita. Mi danno un test inutile da compilare. Lo compilo, sbaglio, mi deprimo.  

Continuavo a non incrociare sguardi, ci provavo, magari un sorriso, un cenno, ma le ragazze OpenJob non davano segni di vita. Una entra ed esce da un ufficio, faceva domande e rientrava, faceva domande e rientrava, faceva domande e rientrava, faceva domande e rientrava, faceva domande e rientrava, faceva domande e rientrava, faceva domande e rientrava. 

Continuavo a non incrociare sguardi, ci provavo, magari un sorriso, un cenno, ma le ragazze OpenJob non davano segni di vita. “L’azienda eroga servizi idrici”. Inizio allora ad incalzare con le domande, ma è vaga, capisco che è un segreto, che aveva paura che lo carpissi, che andassi direttamente alla fonte, non si fida la ragazza OpenJob. Non si fida di suo marito, sa di essere gonfiabile, sa che lui la tradirà con una più porca di lei, ma lo accetterà, è una ragazza OpenJob. 

Continuavo a non incrociare sguardi, ci provavo, magari un sorriso, un cenno, ma le ragazze OpenJob non davano segni di vita, sembravano morte. Ecco il test. Lo gireranno all’azienda e mi faranno sapere. 

Continuavo a non incrociare sguardi, ci provavo, magari un sorriso, un cenno, ma le ragazze OpenJob non davano segni di vita. Non capivo se avevamo finito, la ragazza OpenJob non mi diceva niente. Mi sono messo allora a pensare che lì, quando ero bambino, c’era un parrucchiere, erano anni belli. Ricordo che quando ci passavo rallentavo per guardare tutto quello che accadeva dentro. Potevi vedere le vecchie bellissime poltrone, i ciuffi che saltavano, le persone che aspettavano, parlavano e leggevano per l’ennesima volta gli stessi giornali. Qualcuno ti poteva anche guardare felice. Qualcuno poteva anche permettersi un pò di libertà.

Ma continuavo ancora a non incrociare sguardi, ci provavo, magari un sorriso, un cenno, ma le ragazze OpenJob non davano segni di vita. 

Era come un loop che si ripeteva ogni giorno. Ogni giorno alle sette entravo in quel bar e lo trovavo lì, sempre, non aveva mai pietà di me, non entrava mai dopo, non ero mai preparato a lui. L’uomo dal volto provato era lì a bere il suo cappuccino, coi suoi vestiti anonimi: “lo fanno buono in quel bar il cappuccino”. Banalità. La sensazione era sempre la stessa, disgusto. Ero affamato dopo la solita notte faticosa, ma lo stomaco si rifiutava, io lo violentavo. Deglutivo con fatica quella ciambella glassata, poi l’acqua e il caffè, solo per abitudine. Aspettavo che uscisse, ma non usciva mai, forse c’è sempre stato. Forse era la sintesi di tutto ciò che non vedo, che non tollero, che mi deprime. Quei capelli irti come spine, bianchi, grigi, non curati, sono forse ciò che vedo ogni notte, sono ogni singolo incubo, ogni singola caduta nel vuoto. L’anonimato dei giorni, della rinuncia ai sogni, del tempo che passa come acqua sporca di fango. I solchi su quel volto pensano all’amore, quello che non c’è stato, quello desiderato, quello che siamo incapaci di provare. L’uomo dal volto provato mi ricordava quell’uomo lontano. Quell’uomo dal quale sono uscito e dentro il quale non sono mai riuscito a entrare.

Stazionava sul soffitto il ragno, enorme! Si muoveva a piccoli scatti minacciosi. Prima in orizzontale capovolto, poi in verticale, sulla parete. Non vedevo la ragnatela , ma c’era, sono sicuro che c’era.

Su quel letto avevo sofferto tanto, il ragno lo sapeva, sapeva che lì ero debole, indifeso, lì mi poteva soffocare. Lì non l’avevo mai fatto entrare. Ecco un altro scatto! Si avvicina, vedo i denti, acuminati, simmetrici, probabilmente mi morderà.

Il cuore batte veloce, lo guardo, ma rimane fermo. Vorrei che si muovesse, che arrivasse veloce da me, ho paura, ma lo vorrei qui, lo vorrei sentire sulla pancia. Resterò immobile, lo giuro, resterò sempre immobile, lo giuro.

Mi avvolgerà nella sua ragnatela, diventerò bianco, filamentoso, complicato. Mi accantonerà come ha fatto mio padre, non ha sentimenti il ragno, ti vuole lì, ha bisogno che tu sia lì, ha bisogno di sapere che può mangiarti in qualsiasi momento. Il ragno è indifferente ai tuoi lamenti.

Scatta ancora, è a metà della parete, mi sembra più piccolo. Più diventa piccolo e più divento grande. Mi sento gonfio, ho come la sensazione di avere qualcosa in bocca, che me la riempie, che mi soffoca. Ho bisogno di quella sensazione, ho bisogno di trasgredire, non so fare l’amore.

Ha fatto un altro scatto, sono stremato, non lo vedo più. Si starà nascondendo, per sferrare il suo ultimo micidiale attacco. Lo voglio, non resisto, voglio sentirmi libero da quella bestia. Non vederlo mi angoscia, ciò che non conosco mi angoscia. Sento un dolore allo stomaco, lo sento da molto tempo, sento uno spasmo, come gli scatti del ragno, forse l’ho mangiato, forse è nella mia pancia, o forse sono io.

Chi di noi non ha mai incontrato un piccione. Schiacciato, malandato o infilato in uno di quegli aghi crudeli che si mettono sulle finestre. Con mio nipote li chiamavamo “piccionelli”, rideva come un matto mentre li faceva volare via, lontano. Capitava di trovarne uno solitario, che sembrava diverso, ma non era così. I piccioni sono tutti uguali. Hanno tutti gli occhi arancioni, almeno così mi è sempre sembrato. Una volta ne salvai uno dalla morte, ma se ne andò senza gratitudine.

Camminano sgraziati, forse per quella sproporzione fra la testa ed il corpo tozzo. Sono egoisti. Si avvicinano sempre apparentemente cauti, impauriti, ma senti che vogliono qualcosa. Provi a dargli qualche briciola, la prendono con quello scatto veloce del collo e poi se ne vanno, lasciandoti lì, senza sentimenti, e un banale istinto di sopravvivenza.

Una volta ricordo che ne vidi uno vicino a casa mia, lo seguii fino ad una macchina parcheggiata poco distante. Ad un certo punto ho avuto proprio l’impressione di inseguirlo, ma lui scappava, caracollante, guardando per terra.

Mi capita spesso di cogliere attimi. Ma finisco sempre per chiedermi alla fine se sono rimasti tali. Si, nel senso che ci sono degli attimi che mi colpiscono, sviluppano, sognano e poi ri-diventano attimi. Come un boomerang attaccato ad un elastico.

Ma ci sono attimi e attimi. Ci sono attimi che ti portano altrove, ti portano a sviluppare amore, dolore, calore e alla fine malore. L’attimo in questione è stato veramente un attimo, di quelli veri. Un attimo nel quale capisci come sei fatto veramente. Capisci il mostro che devi essere per sopravvivere e gli attimi mostruosi dai quali sei circondato.

Non vale la pena cogliere attimi, meglio raccogliere merda.

Appena entrato nella stanza Vinicio la notò subito. Era in mezzo ad una distesa verde, netta, come uno squarcio sulla pelle di una balena. Il desiderio era quello di raggiungerla, quindi si incamminò, accorgendosi subito che quel verde non era altro che erba. Avanzando la calpestava, provando quelle imbarazzanti e familiari sensazioni di morte e distruzione. Gli sembrava di sentire il rumore dei fili che si spezzano, delle formiche schiacciate e degli angeli che con un soffio, dopo quel passaggio, non avrebbero mai più preso il volo.

Vinicio capì che quell’incedere non era il suo. Era soltanto l’inerzia di un meccanismo che appiattisce la vita. Sarebbe voluto fuggire, ma ne era fatalmente attratto, e non lo fece. Si rendeva conto man mano che avanzava che quella linea era capace di distruggere le passioni e i sogni di tutti, che era la perfetta geometria della mediocrità. Tentò di scappare dalla sua ombra, per non esserne ancora complice, per non perseverare ancora nell’immaturità del ritardo.