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Era come un loop che si ripeteva ogni giorno. Ogni giorno alle sette entravo in quel bar e lo trovavo lì, sempre, non aveva mai pietà di me, non entrava mai dopo, non ero mai preparato a lui. L’uomo dal volto provato era lì a bere il suo cappuccino, coi suoi vestiti anonimi: “lo fanno buono in quel bar il cappuccino”. Banalità. La sensazione era sempre la stessa, disgusto. Ero affamato dopo la solita notte faticosa, ma lo stomaco si rifiutava, io lo violentavo. Deglutivo con fatica quella ciambella glassata, poi l’acqua e il caffè, solo per abitudine. Aspettavo che uscisse, ma non usciva mai, forse c’è sempre stato. Forse era la sintesi di tutto ciò che non vedo, che non tollero, che mi deprime. Quai capelli irti come spine, bianchi, grigi, non curati, sono forse ciò che vedo ogni notte, sono ogni singolo incubo, ogni singola caduta nel vuoto. L’anonimato dei giorni, della rinuncia ai sogni, del tempo che passa come acqua sporca di fango. I solchi su quel volto pensano all’amore, quello che non c’è stato, quello desiderato, quello che siamo incapaci di provare. L’uomo dal volto provato mi ricordava quell’uomo lontano. Quell’uomo dal quale sono uscito e dentro il quale non sono mai riuscito a entrare.

L’uomo dal volto provato è morto.

Stazionava sul soffitto il ragno, enorme! Si muoveva a piccoli scatti minacciosi. Prima in orizzontale capovolto, poi in verticale, sulla parete. Non vedevo la ragnatela , ma c’era, sono sicuro che c’era.

Su quel letto avevo sofferto tanto, il ragno lo sapeva, sapeva che lì ero debole, indifeso, lì mi poteva soffocare. Lì non l’avevo mai fatto entrare. Ecco un altro scatto! Si avvicina, vedo i denti, acuminati, simmetrici, probabilmente mi morderà.

Il cuore batte veloce, lo guardo, ma rimane fermo. Vorrei che si muovesse, che arrivasse veloce da me, ho paura, ma lo vorrei qui, lo vorrei sentire sulla pancia. Resterò immobile, lo giuro, resterò sempre immobile, lo giuro.

Mi avvolgerà nella sua ragnatela, diventerò bianco, filamentoso, complicato. Mi accantonerà come ha fatto mio padre, non ha sentimenti il ragno, ti vuole lì, ha bisogno che tu sia lì, ha bisogno di sapere che può mangiarti in qualsiasi momento. Il ragno è indifferente ai tuoi lamenti.

Scatta ancora, è a metà della parete, mi sembra più piccolo. Più diventa piccolo e più divento grande. Mi sento gonfio, ho come la sensazione di avere qualcosa in bocca, che me la riempie, che mi soffoca. Ho bisogno di quella sensazione, ho bisogno di trasgredire, non so fare l’amore.

Ha fatto un altro scatto, sono stremato, non lo vedo più. Si starà nascondendo, per sferrare il suo ultimo micidiale attacco. Lo voglio, non resisto, voglio sentirmi libero da quella bestia. Non vederlo mi angoscia, ciò che non conosco mi angoscia. Sento un dolore allo stomaco, lo sento da molto tempo, sento uno spasmo, come gli scatti del ragno, forse l’ho mangiato, forse è nella mia pancia, o forse sono io.

Chi di noi non ha mai incontrato un piccione. Schiacciato, malandato o infilato in uno di quegli aghi crudeli che si mettono sulle finestre. Con mio nipote li chiamavamo “piccionelli”, rideva come un matto mentre li faceva volare via, lontano. Capitava di trovarne uno solitario, che sembrava diverso, ma non era così. I piccioni sono tutti uguali. Hanno tutti gli occhi arancioni, almeno così mi è sempre sembrato. Una volta ne salvai uno dalla morte, ma se ne andò senza gratitudine.

Camminano sgraziati, forse per quella sproporzione fra la testa ed il corpo tozzo. Sono egoisti. Si avvicinano sempre apparentemente cauti, impauriti, ma senti che vogliono qualcosa. Provi a dargli qualche briciola, la prendono con quello scatto veloce del collo e poi se ne vanno, lasciandoti lì, senza sentimenti, e un banale istinto di sopravvivenza.

Una volta ricordo che ne vidi uno vicino a casa mia, lo seguii fino ad una macchina parcheggiata poco distante. Ad un certo punto ho avuto proprio l’impressione di inseguirlo, ma lui scappava, caracollante, guardando per terra.

Mi capita spesso di cogliere attimi. Ma finisco sempre per chiedermi alla fine se sono rimasti tali. Si, nel senso che ci sono degli attimi che mi colpiscono, sviluppano, sognano e poi ri-diventano attimi. Come un boomerang attaccato ad un elastico.

Ma ci sono attimi e attimi. Ci sono attimi che ti portano altrove, ti portano a sviluppare amore, dolore, calore e alla fine malore. L’attimo in questione è stato veramente un attimo, di quelli veri. Un attimo nel quale capisci come sei fatto veramente. Capisci il mostro che devi essere per sopravvivere e gli attimi mostruosi dai quali sei circondato.

Non vale la pena cogliere attimi, meglio raccogliere merda.

Appena entrato nella stanza Vinicio la notò subito. Era in mezzo ad una distesa verde, netta, come uno squarcio sulla pelle di una balena. Il desiderio era quello di raggiungerla, quindi si incamminò, accorgendosi subito che quel verde non era altro che erba. Avanzando la calpestava, provando quelle imbarazzanti e familiari sensazioni di morte e distruzione. Gli sembrava di sentire il rumore dei fili che si spezzano, delle formiche schiacciate e degli angeli che con un soffio, dopo quel passaggio, non avrebbero mai più preso il volo.

Vinicio capì che quell’incedere non era il suo. Era soltanto l’inerzia di un meccanismo che appiattisce la vita. Sarebbe voluto fuggire, ma ne era fatalmente attratto, e non lo fece. Si rendeva conto man mano che avanzava che quella linea era capace di distruggere le passioni e i sogni di tutti, che era la perfetta geometria della mediocrità. Tentò di scappare dalla sua ombra, per non esserne ancora complice, per non perseverare ancora nell’immaturità del ritardo.