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Appena entrato nella stanza Vinicio la notò subito. Era in mezzo ad una distesa verde, netta, come uno squarcio sulla pelle di una balena. Il desiderio era quello di raggiungerla, quindi si incamminò, accorgendosi subito che quel verde non era altro che erba. Avanzando la calpestava, provando quelle imbarazzanti e familiari sensazioni di morte e distruzione. Gli sembrava di sentire il rumore dei fili che si spezzano, delle formiche schiacciate e degli angeli che con un soffio, dopo quel passaggio, non avrebbero mai più preso il volo.

Vinicio capì che quell’incedere non era il suo. Era soltanto l’inerzia di un meccanismo che appiattisce la vita. Sarebbe voluto fuggire, ma ne era fatalmente attratto, e non lo fece. Si rendeva conto man mano che avanzava che quella linea era capace di distruggere le passioni e i sogni di tutti, che era la perfetta geometria della mediocrità. Tentò di scappare dalla sua ombra, per non esserne ancora complice, per non perseverare ancora nell’immaturità del ritardo.