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Mi capita spesso di cogliere attimi. Ma finisco sempre per chiedermi alla fine se sono rimasti tali. Si, nel senso che ci sono degli attimi che mi colpiscono, sviluppano, sognano e poi ri-diventano attimi. Come un boomerang attaccato ad un elastico.

Ma ci sono attimi e attimi. Ci sono attimi che ti portano altrove, ti portano a sviluppare amore, dolore, calore e alla fine malore. L’attimo in questione è stato veramente un attimo, di quelli veri. Un attimo nel quale capisci come sei fatto veramente. Capisci il mostro che devi essere per sopravvivere e gli attimi mostruosi dai quali sei circondato.

Non vale la pena cogliere attimi, meglio raccogliere merda.

Appena entrato nella stanza Vinicio la notò subito. Era in mezzo ad una distesa verde, netta, come uno squarcio sulla pelle di una balena. Il desiderio era quello di raggiungerla, quindi si incamminò, accorgendosi subito che quel verde non era altro che erba. Avanzando la calpestava, provando quelle imbarazzanti e familiari sensazioni di morte e distruzione. Gli sembrava di sentire il rumore dei fili che si spezzano, delle formiche schiacciate e degli angeli che con un soffio, dopo quel passaggio, non avrebbero mai più preso il volo.

Vinicio capì che quell’incedere non era il suo. Era soltanto l’inerzia di un meccanismo che appiattisce la vita. Sarebbe voluto fuggire, ma ne era fatalmente attratto, e non lo fece. Si rendeva conto man mano che avanzava che quella linea era capace di distruggere le passioni e i sogni di tutti, che era la perfetta geometria della mediocrità. Tentò di scappare dalla sua ombra, per non esserne ancora complice, per non perseverare ancora nell’immaturità del ritardo.