Menu
menu

Era come un loop che si ripeteva ogni giorno. Ogni giorno alle sette entravo in quel bar e lo trovavo lì, sempre, non aveva mai pietà di me, non entrava mai dopo, non ero mai preparato a lui. L’uomo dal volto provato era lì a bere il suo cappuccino, coi suoi vestiti anonimi: “lo fanno buono in quel bar il cappuccino”. Banalità. La sensazione era sempre la stessa, disgusto. Ero affamato dopo la solita notte faticosa, ma lo stomaco si rifiutava, io lo violentavo. Deglutivo con fatica quella ciambella glassata, poi l’acqua e il caffè, solo per abitudine. Aspettavo che uscisse, ma non usciva mai, forse c’è sempre stato. Forse era la sintesi di tutto ciò che non vedo, che non tollero, che mi deprime. Quei capelli irti come spine, bianchi, grigi, non curati, sono forse ciò che vedo ogni notte, sono ogni singolo incubo, ogni singola caduta nel vuoto. L’anonimato dei giorni, della rinuncia ai sogni, del tempo che passa come acqua sporca di fango. I solchi su quel volto pensano all’amore, quello che non c’è stato, quello desiderato, quello che siamo incapaci di provare. L’uomo dal volto provato mi ricordava quell’uomo lontano. Quell’uomo dal quale sono uscito e dentro il quale non sono mai riuscito a entrare.

L’uomo dal volto provato è morto.