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Non sei in grado di guidare un furgone! Con quello sguardo canuto, con la rabbia della tensione, con la smania paterna di soldi e potere.

Quella volta Vinicio sapeva bene dove fosse. Era in piazza Guido Gerla, alla confluenza con via Dogana, via Marzi e via Ribolda. L’immagine dell’intersezione era chiara. In via Ribolda c’era uno spazio indefinito. I rivestimenti erano marroni, in un materiale ferreo, con dei ripiani vuoti. Confinava con una stanza buia delimitata da un portale chiuso soltanto da un telo di plastica trasparente. Ma ebbe paura ad entrarci. La percepiva come il suo lato oscuro, quello che di se non voleva vedere. Non ricordava cosa ci facesse la dentro. 

Ricorda solo di essere andato oltre. Lì un tempo c’era una palestra, adesso un negozio strano, non si capiva bene cosa vendesse. Era esattamente come prima, con la stanza sulla sinistra delimitata da una sbarra di ferro per la danza, e il pavimento in parquet. Era vissuta da personaggi strani che giravano in tondo, apparentemente senza un motivo. Improvvisamente uno di loro usci dal cerchio, era nudo, e bloccò Vinicio a una colonna a base circolare. Aveva un membro enorme che, rigido, oscillava da destra verso sinistra. Vinicio se lo sentiva sbattere sulle gambe, come se ce lo avesse in bocca. La sensazione di violenza era sempre la stessa, quella provata tante altre volte, ma come tutte le altre volte riusci a divincolarsi, e a fuggire giù per le scale.

C’erano delle stanze con le pareti a vetro, dietro le persone giocavano, ma il gioco non riusciva a capirlo. Una donna improvvisamente gli si parò davanti, aveva i pantaloni neri aderenti, lucidi. Il seno era nudo solcato da una cicatrice fresca che le tagliava in orizzontale il petto, dove aveva tatuato un pesce verde, stilizzato. Non le disse nulla, lo guardò soltanto. Nel bagno adiacente gli sembrò di pisciare sangue, ma avvicinato lo sguardo si accorse che sulla cappella c’erano tre buchi e il sangue usciva solo da quello centrale. Si tranquillizzò. 

Chiara è stata il suo unico grande amore. Si perdeva nei suoi occhi celesti contornati da quegli occhiali che sembravano non avere forma. Quando era con lei nessun essere umano esisteva, esisteva solo lei, con il suo seno gonfio, perfetto, la sua pelle chiara e i suoi nei perfette costellazioni. Ricorda dei mesi bellissimi, dove non riuscì mai a farci l’amore. Molte volte ci provò, ma sempre fallì. Nel momento esatto in cui provava a penetrarla il suo pene si accartocciava su se stesso, come Pinocchio unito dai fili, quando da piccolo pigiava il pulsante sotto il piedistallo. Era lo stesso anche il senso di morte. I loro corpi erano bellissimi, spesso si specchiavano nudi nell’armadio, ma non c’era consapevolezza della carne, della forma. Il ricordo è vago, lei era ricca e religiosa. Aveva abbandonato il piano Jazz, per non drogarsi diceva. Il vizio atroce della felicità è il risveglio della consapevolezza e del passaggio, e di esserlo, di passaggio. L’unica condanna è il ricordo assente della forma dei suoi piedi. La rivide molto tempo dopo, era sempre splendida, girovagava in una casa anch’essa indefinita, lui provava a rincorrerla, a baciarla, ma non ci riusciva, fin quando sentì un dolore forte al petto, sempre lo stesso, che immobile, lo costrinse a guardarla fuggire, con le mani a divaricar le natiche. A far veder uscire se stessa.