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Si chiama Massimo, i suoi amici lo chiamano Massi, ma noi lo chiameremo Massimo. Massimo ogni giorno è minimo. Ogni giorno indossa una camicia, un maglioncino di un colore anonimo, dei pantaloni beige e le scarpe Hogan. Massimo ci accoglie finto, ma gentile, sono con mia mamma e questo già mi crea un disagio. Gli diciamo che vogliamo acquistare un’automobile, ci dice che siamo nel posto giusto, ma non sarà così. Massimo è grasso più di quanto possa sembrare, soprattutto intorno alla vita, ha le gambe a X. Ci dice che il suo gruppo ha tre marchi, che fanno tre macchine di quella categoria, uguali, ma che costano diverso e che sono vendute in luoghi diversi. Ci fa vedere quella che ci interessa, si avvicina, apre lo sportello e chiude lo sportello esclamando “avete visto questo sportello, come si chiude”. Sorrido compiaciuto per dimostrargli che il fatto che lo sportello si chiuda mi rassicura. Ci dimostra anche che dietro ci si può stare a sedere, anche questo mi rassicura. Ci dice che è un valore aggiunto, perché lui è uno e ottanta, ma non è vero. Inizio a percepire l’ingenuità di mia mamma, quella che un pò mi ha rovinato la vita, e sento che inizia ad essere affascinata da Massimo, quindi mi distraggo, mi siedo sul sedile del guidatore e li lascio parlare. Ci propone una prova, non con la macchina che vorremo comprare, ma con una delle altre due delle altre due marche, “hanno la stessa scocca” mi dice. Guida mia mamma. È impacciata, intimorita, così penso a tutte le volte che lo è stata nella vita, a tutte le volte che si è sentita fuori luogo, tutte le volte che ha provato quel desiderio che spesso non riconosciamo, come la voglia di sparire. La presenza del venditore di automobile sul sedile posteriore sembra svanire col passare del tempo. Lo sento essere sempre meno sostanza, fino a quando improvvisamente esclama “sentito che sterzo signora!!” Torniamo in filiale, ci sediamo alla scrivania, si toglie l’orologio ed inizia a parlare del nulla. Mentre lo fa guarda mia mamma, che mi sembra diventare più piccola, fino a sembrare bambina, è seduta e non tocca in terra con i piedi. Massimo continua a parlare del nulla, mi sembra deforme, agita le mani in maniera confusa come se stesse affogando. Alza un braccio e vedo che ha un buco nella maglia sotto l’ascella. Provo uno strano senso di compassione. Parla ancora del nulla, sono trenta minuti che parla del nulla. Gli chiedo quanto costa la macchina perché noi vorremo valutare l’acquisto ed è importante sapere quanto costa. Agita dei fogli, tre mi pare. Li muove come quei truffatori da marciapiede che ti vogliono far credere che troverai la pallina bianca sotto la campana. Riprovo a fargli capire che noi eravamo lì perché avevamo intenzione di comprare un’automobile, ma non ci riesco. Non ci riesco perché lui non vuole venderci un’automobile, ci vuole vendere la vita che sta vivendo, le falsità che dice e ascolta ogni giorno, il tentativo di convincerci che quello che sta dicendo è reale. Improvvisamente da sotto il foglio più sommerso, ci fa intravedere la pallina, era bianca. La macchina in esposizione era rossa, quella che abbiamo provato era verde acido. Quello che ho provato è la routine della sua vergogna, il disagio nel ricordo di sua moglie da giovane, la stanchezza dei rifiuti, le umiliazioni del padre e quelle che riceverà da suo figlio, quando anche lui, adulto, avrà come me la certezza, che quella pallina non sarà mai di altro colore.